Pian delle Vette: spiriti indomiti nel cuore della montagna
Intervista a Alessandro Bee, di Pian delle Vette

Com’è nata l’idea di fondare Pian delle Vette?
La storia è recente ma già piuttosto articolata — quasi da serie TV. Il filo conduttore? Una passione ostinata per la terra, per il vino e per questo territorio. Nessuno di noi viene dal mondo del vino: ci siamo arrivati per scelta, non per eredità.
Qual è il valore aggiunto di coltivare in alta quota? E quali le difficoltà?
Altitudine, suolo dolomitico, escursioni termiche e biodiversità spontanea: sono questi gli ingredienti che rendono i nostri vini riconoscibili, verticali, fuori dagli schemi. Le difficoltà? Tutto quello che si fa in pendenza, spesso lo si fa a mano. Ma questa è anche la nostra forza: conoscere metro per metro ogni filare ci ha insegnato a leggere il vigneto come si legge un diario.
Come scegliete cosa coltivare? C’è una varietà che sentite più vostra?
Nel Bellunese mancava una viticoltura recente a cui ispirarsi, così abbiamo fatto i nostri esperimenti. Dopo i primi anni, la scelta è stata chiara: dare un’identità montana a due tra i vitigni più nobili e internazionali — Pinot Nero e Chardonnay. Sono loro il cuore dei nostri vini, sia fermi che Metodo Classico. E poi abbiamo anche qualche outsider, per chi ama uscire dai soliti binari.
Come si articola la vostra produzione?
Tutta in casa. Il vigneto e la cantina sono nella stessa proprietà: raccogliamo a mano, vinifichiamo subito e seguiamo ogni passaggio fino all’etichettatura. Produzioni limitate, uve sane, pochissime aggiunte in cantina, e tanta pazienza: il tempo è il nostro miglior alleato.
Cosa significa per voi custodire la biodiversità?
Vuol dire non seminare, ma lasciar crescere. Vuol dire convivere con erbe e fiori d’altura, combattere le infestanti senza scorciatoie, e curare le viti con l’obiettivo di ridurre al minimo gli interventi. Non siamo certificati biologici, ma siamo decisamente artigiani responsabili. E lo facciamo per questo territorio, prima ancora che per noi.
Riuscite a coinvolgere la comunità locale o giovani agricoltori?
Ci stiamo lavorando. Il Feltrino ha una storia agricola ricchissima, ma la viticoltura è stata a lungo assente. Ora stiamo riattivando interesse, soprattutto nei più giovani, anche se il mercato del vino non è dei più semplici. Ma c’è curiosità, e questo è già un inizio.
Collaborate con scuole, ristoratori o associazioni?
Sì, seguiamo gli studenti dell’agrario durante gli stage e partecipiamo attivamente alle attività del Consorzio “Coste del Feltrino”. Eventi, degustazioni, incontri: facciamo la nostra parte per promuovere una cultura del vino che sia locale, ma di respiro ampio.
Un momento di cui siete particolarmente fieri?
Il premio AIS “Tastevin” ricevuto alla Leopolda di Firenze con il nostro Mat ’55. Salire sul palco con un Metodo Classico di montagna, accanto al Sassicaia, è stato surreale. E anche un bel promemoria: piccoli sì, ma con idee chiare.
Come vedete il futuro dell’agricoltura di montagna?
Il consumatore è sempre più consapevole, e ogni angolo d’Italia ha potenziale se valorizzato nel modo giusto. Anche zone come la nostra, finora fuori dai radar della viticoltura “di riferimento”, possono diventare punti fermi. Le Dolomiti Bellunesi non sono solo da fotografare: sono da bere, con rispetto.
Cosa significa per voi entrare in rete con Fine Taste?
Entrare in rete con Fine Taste significa avere una possibilità concreta per farci conoscere, non solo attraverso i nostri vini, ma anche per il modo in cui li produciamo. Il nostro è un lavoro artigianale, fatto di cura, scelte consapevoli e rispetto per il territorio. Ogni bottiglia porta con sé un’identità precisa, una storia da raccontare.
Fine Taste ci aiuta a far arrivare queste storie alle persone giuste: a chi sa riconoscere il valore dell’autenticità, a chi cerca qualcosa che vada oltre la semplice etichetta. Per noi non si tratta solo di vendita, ma di connessioni vere, costruite sul rispetto reciproco e su una visione condivisa della qualità.